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La Redazione di "Viva il Concilio" (
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MESSAGGIO AGLI ARTISTI
Ora a voi tutti, artisti che siete innamorati della bellezza e che per essa lavorato: poeti e uomini di lettere, pittori, scultori, architetti, musicisti, gente di teatro e cineasti... A voi tutti la Chiesa del Concilio dice con la nostra voce: se voi siete gli amici della vera arte, voi siete nostri amici! Da lungo tempo la Chiesa ha fatto alleanza con voi. Voi avete edificato e decorato i suoi templi, celebrato i suoi dogmi, arricchito la sua liturgia. L’avete aiutata a tradurre il suo messaggio divino nel linguaggio delle forme e delle figure, a rendere comprensibile il mondo invisibile.Oggi come ieri la Chiesa ha bisogno di voi e si rivolge a voi. Essa vi dice con la nostra voce: non lasciate che si rompa un’alleanza tanto feconda! Non rifiutate di mettere il vostro talento al servizio della verità divina! Non chiudete il vostro spirito al soffio dello Spirito Santo! Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione. E questo grazie alle vostre mani...
8 dicembre 1965
Editoriale
«Pianta dei cippi, metti pali indicatori, sta' bene attento alla strada, alla via che hai percorso» (Geremia 31,21).
DALLA CHIESA UMILIATA ALLA CHIESA UMILE
Cosa avrebbero detto i padri del concilio Vaticano II se lo scandalo della pedofilia, di cui oggi la Chiesa soffre, fosse scoppiato al tempo del loro incontrarsi nella basilica di San Pietro? Pur vivendo allora la Chiesa un tempo felice, nel quale stava godendo, anche grazie al concilio in atto, di notevole considerazione e stima nel mondo, essi avevano chiara consapevolezza di non poter parlare di santità della Chiesa ignorando il peccato e i suoi drammi. Scrivevano, infatti, in LG 8: “Mentre Cristo, «santo, innocente, immacolato» (Eb 7,26), non conobbe il peccato (cfr. 2 Cor 5,21) e venne solo allo scopo di espiare i peccati del popolo (cfr. Eb 2,17), la Chiesa, che comprende nel suo seno peccatori ed è perciò santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, avanza continuamente per il cammino della penitenza e del rinnovamento”. Il problema della necessità della penitenza e del rinnovamento, però, non interessa esclusivamente la vita interna della comunità cristiana, coinvolge bensì il suo rapporto con la società civile e con il mondo. Se la Chiesa, come dichiara il famoso incipit della GS, è “realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia” nel condividere “le gioie e le speranze”, lo è anche nel viverne insieme “le tristezze e le angosce”, compresa la tristezza e l’angoscia più pesante di tutte, quella dell’esperienza del peccato e della vergogna. Rileggendo oggi i testi conciliari, nella triste situazione che si è creata, è facile percepire l’importanza di quella consapevolezza di fede che ci impedisce di collocarci sul piedestallo nei confronti del mondo. La Gaudium et spes al numero 40 dichiara con chiarezza, a nome di tutta la chiesa, che essa “cammina insieme con l'umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena”. Il numero 43, quindi, raccoglie molte osservazioni che sono di grande attualità. La chiesa del concilio riconosce “quanto distanti siano tra loro il messaggio ch'essa reca e l'umana debolezza di coloro cui è affidato il Vangelo”. Di fronte, quindi, al giudizio del mondo, l’unica preoccupazione seria dei padri conciliari sarebbe oggi, non quella di difendersi, ma quella di far sì che “non ne abbia danno la diffusione del Vangelo”. Più che dal peccato, che mai in questo mondo potrà essere del tutto eliminato, gran danno al vangelo viene dalla contraddizione fra le pretese della chiesa di essere, non solo per i credenti ma per il mondo intero, l’unica interprete dei valori morali, da un lato, e la condotta immorale, che non manca di abitare anche al suo interno, dall’altro. Anche per questo il concilio affermava che la Chiesa ha bisogno di “continuamente maturare, imparando dall'esperienza di secoli, nel modo di realizzare i suoi rapporti col mondo”, senza misconoscere “che molto giovamento le è venuto e le può venire perfino dall'opposizione di quanti la avversano o la perseguitano” (GS 44). La lezione che in questo momento sembra di dover apprendere è quella, non certo di derogare ad alcuno dei doveri della propria missione, ma sì di concentrarsi nella semplice ed essenziale proposta della fede in Gesù. Ma soprattutto la lezione da apprendere è quella dell’umiltà, che ci permetta di dialogare con gli uomini di ogni diversa visione del mondo, sempre proponendo e mai imponendo e rinunciando alla ricerca di quasiasi posizione di potere, sia pure nell’intento di far prevalere il bene sul male. A questo proposito non va dimenticato il monito di GS 42: “La forza che la Chiesa riesce a immettere nella società umana contemporanea consiste in quella fede e carità effettivamente vissute, e non in una qualche sovranità esteriore esercitata con mezzi puramente umani”.
Severino Dianich
Perle del Concilio
«Tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo, con una perla sola della tua collana!» (Ct 4, 9)
Il popolo di Dio con retto giudizio penetra più a fondo nella fede (LG 12) [Populus Dei ... recto iudicio in eam profundius penetrat]
Nei momenti di maggiore difficoltà della vita della Chiesa, quando emergono in modo particolarmente evidente le sue fragilità e i suoi peccati, si è chiamati a rinnovare la propria fiducia nello Spirito del Signore, che la rende continuamente capace di consentire un'autentica e piena esperienza cristiana a chi è aperto all'azione della grazia: in virtù dell'azione divina, infatti, la Chiesa non perderà mai la sua fede nel Signore, né cesserà di maturarne una comprensione sempre più profonda. Si potrebbe ritenere, tuttavia, che il compito di custodire e di approfondire questa fede nelle comunità cristiane appartenga al solo magistero, cioè all'insegnamento autorevole dei vescovi e in particolare del Papa. In realtà, secondo LG 12 questo compito è di tutti i membri della Chiesa: essi possiedono il senso di fede (sensus fidei), suscitato dallo Spirito Santo, grazie al quale - pur nell'ossequio al magistero, che resta riferimento autorevole - possono accogliere il dono della parola di Dio, penetrare più profondamente nella fede e applicarla più pienamente alla vita. Dunque davanti alle difficoltà della vita ecclesiale occorre ravvivare la propria fiducia non solamente nei ministri ordinati, come se la custodia e la comprensione della fede dipendesse esclusivamente da loro, ma piuttosto in tutti i membri del popolo di Dio, o meglio in ciò che lo Spirito Santo opera in ciascuno di essi. Anzi, occorrerebbe chiedersi come valorizzare meglio il senso di fede di ciascun battezzato, le cui acquisizioni molto spesso restano relegate all'ambito individuale. Sarebbe quanto mai necessario favorire una migliore condivisione di quanto i credenti comprendono e vivono nell'ambito della fede in modo da arricchire tutta la Chiesa.
Massimo Nardello
Bolle del Concilio
«Allora la nostra bocca si aprì al sorriso» (Sal 126, 2)
FINO A UN CERTO PUNTO
Durante la riunione di una commissione conciliare, un vescovo, volendo far sfoggio di spirito verso le uditrici laiche che vi erano invitate, si volge verso di loro iniziando il suo rapporto con la frase “Pulcherrimae auditrices!” (Bellissime uditrici). Fra un mormorio di risa si sente la voce maliziosa di un altro vescovo: Juxta modum*...
* Espressione latina impiegata durante le votazioni in Concilio per esprimere il «sì, ma con riserva» (placet juxta modum).
[Da: Le “bolle” del Concilio, Gribaudi, Torino 1967, p. 94]
Invito alla lettura
«E leggete questo libro» (Baruc 1, 14).
C. MILITELLO, Il sogno del Concilio, Edb, Bologna 2010, €. 4,50, pp. 47
Questo libro, così breve da poter essere veramente accessibile a tutti ma altrettanto denso e ricco di contenuti, raccoglie gli articoli pubblicati dalla teologa siciliana sulla rivista Horeb. L’intento di queste pagine è chiaro sin dalla presentazione: “Ho preferito lasciarmi condurre, sull’onda personalissima dell’emozione, dalla valenza testimoniale del mio vissuto” (pag. 5). Una sorta quindi di narrazione autobiografica che non rinuncia però ad approfondire i nuclei tematici principali affrontati dal Vaticano II, con un duplice obiettivo. Da un lato colmare lacune ed ignoranza che spesso, ancora oggi, segnano ed inficiano il dibattito sul Concilio. Dall’altro chiedersi con onestà che ne è stato dell’utopia conciliare, quali fratture non sono ancora state sanate nel rapporto tra Chiesa e mondo dopo il '68, che progetto ecclesiale il Concilio ci consegna ancora oggi a quarant’anni di distanza. Vengono in particolare proposte quattro svolte già indicate dal Vaticano II ma che ancora non possono dirsi pienamente compiute: il ruolo attivo dell’assemblea celebrante, la soggettualità del popolo di Dio, la sfida dell’autonomia e il tema della comunione e della missione. Infine la riflessione si conclude con un esercizio di creative imagination, un “sogno di Chiesa” elaborato “in fedeltà al Concilio” ma anche “spingendo in avanti le sue suggestioni” (pag. 29). Un sogno di Chiesa che, secondo il desiderio dell’autrice, non dev’essere utopia ma piuttosto uno sforzo che vede impegnati tutti gli uomini e le donne che la costituiscono.
Silvia Sanchini
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